Situazione internazionale. Dialogo con Mario Mauro

Situazione internazionale. Dialogo con Mario Mauro

Il 13 aprile u.s. si è svolto l’incontro con il già Ministro della Difesa, Mario Mauro, presso la sede regionale Cisl Lombardia. Di seguito riportiamo la trascrizione del seminario.

Introduzione Mattia Pirulli

A livello internazionale, e con un occhio di riguardo all’Europa – di cui si parla molto, e spesso negativamente – occorre comprendere quale ruolo il nostro continente possa e debba svolgere nell’attuale scacchiere. Affrontiamo questa riflessione in una situazione molto complessa; credo che l’occasione di questo incontro sia resa particolarmente cogente dagli eventi delle ultime ore. In particolare, stiamo assistendo a una ripresa degli scontri bellici non solo alle porte dell’Europa, come in Ucraina, ma anche in Medio Oriente, dove la situazione un giorno sembra vicina a una conclusione e poche ore dopo viene smentita dai fatti. Ci muoviamo in un contesto in cui gli Stati Uniti, nonostante le dichiarazioni della campagna elettorale del presidente Trump improntate a un forte nazionalismo e al disimpegno dalle questioni globali, si trovano oggi fortemente spinti in una politica internazionale il cui filo logico è difficile da decifrare. Basti pensare, per quanto possa sembrare distante, all’azione condotta recentemente dagli Stati Uniti in Venezuela, con l’imprigionamento del presidente Maduro, o al sostegno all’intervento di Israele a Gaza, fino al recente attacco in Iran. Tutto questo senza dimenticare la confusa posizione tenuta rispetto alla guerra in Ucraina: a inizio presidenza Trump aveva affermato che nel giro di dieci giorni avrebbe concluso il conflitto, e invece a quasi due anni di distanza ci troviamo nella stessa condizione di prima, se non in una peggiore. In questo scenario, vorremmo cogliere l’occasione della presenza di Mario Mauro per sottoporgli tre macro-temi da sviluppare.

Il primo macro-tema riguarda la dinamica dello scenario internazionale: dove stiamo andando e come possiamo interpretarlo? In particolare, come leggere il tentativo di superare il dialogo multilaterale e tripartito a favore di rapporti bilaterali, che nei fatti si traducono in vere e proprie prove di forza? Pensiamo alle elezioni in Ungheria, dove il presidente americano ha espresso la volontà di investire bypassando l’appartenenza dell’Ungheria all’Unione Europea. Pensiamo anche al disinvestimento in istituzioni come l’ONU o l’ILO, orientandosi verso soggetti privati o privatistici (come il Board of Peace), dove è previsto un “chip di ingresso” per poter contare nelle decisioni. Chiediamo quindi un aiuto per decifrare questo scenario.

Il secondo aspetto, strettamente legato al primo, è il ruolo dell’Europa. Nelle discussioni sindacali abbiamo spesso provato a comprendere questo ruolo, partendo da una forte consapevolezza: in questo contesto internazionale, parlare di Europa significa difendere un modello economico e sociale peculiare. Si tratta di un’impostazione di Stati che possiedono una base economico-sociale fortemente orientata al welfare, contrapponendosi ai due grandi modelli di Stati Uniti e Cina. Difendere e sviluppare il modello europeo potrebbe essere la strada per salvaguardare un’economia diversa da quella “dei potenti”. Non a caso, recentemente Papa Leone XIV ci ha richiamato al superamento dell’economia dei potenti; il testo della recente veglia del sabato metteva in guardia dal rischio rappresentato da chi “ama la guerra, ama i soldi, ama l’autoreferenzialità e l’evidenza del proprio io”. Parole che hanno fatto pensare a molti dei potenti attualmente sulla scena globale.

Il terzo aspetto riguarda la preoccupante situazione bellica ai nostri confini. La guerra in Ucraina sembra lontana, ma non lo è. Considerando che il nostro percorso ha per oggetto il tema della democrazia, occorre capire il rapporto tra il rafforzamento della difesa, o riarmo, e la tutela democratica. Che legame esiste tra questi elementi? Seguo i temi internazionali per la CISL e da sempre abbiamo cercato di creare e rafforzare dialoghi tripartiti. La CISL è stata tra le fondatrici della Confederazione Europea dei Sindacati (CES) e portatrice di valori democratici all’estero: si pensi ai rapporti negli anni ’70 e ’80 in America Latina, al sostegno alle realtà sindacali sotto la dittatura franchista in Spagna, o al lavoro fatto “lontano dai riflettori” con i paesi dell’Est e con Solidarnosc in Polonia. Oggi è evidente che ci sono due posizioni di scontro, sia a livello sindacale che politico. Da una parte c’è un pacifismo spinto che rifiuta il riarmo considerandolo un pericolo assoluto, rifiutando gli investimenti in una difesa comune in nome della pace come concetto astratto. Dall’altra parte, confrontandosi con i sindacati dell’Est Europa che hanno la guerra alle porte, si nota una spinta a investire nella difesa: essi sanno che in gioco non c’è solo la difesa territoriale, ma la tutela di quei valori democratici che hanno faticosamente costruito uscendo dall’ex Unione Sovietica. Questa complessità di scenari pone molti interrogativi. Chiediamo a Mario Mauro di aiutarci ad avere qualche interrogativo in meno e, se possibile, qualche certezza in più.

Intervento di Mario Mauro

La Realtà della Guerra Globale

Grazie per l’invito. Ho accettato per poter condividere con voi non tanto un discorso accademico, quanto frammenti delle esperienze maturate in questi anni, proponendo un approccio allo scenario globale alternativo a quello offerto dai talk show. Spesso l’informazione cerca di trasformare i cittadini in tifosi, spingendo a scegliere tra chi sia il criminale e chi la vittima innocente. Le questioni in gioco sono molte e dirimenti. Man mano che la situazione si impone nelle nostre opinioni pubbliche, aumenta a dismisura la confusione che colpisce non solo noi, ma anche le istituzioni stesse. Qual è la situazione paradossale e imponente del tempo che viviamo? Il fatto che viene la guerra. Non c’è solo la guerra in Ucraina o in Iran: la guerra sta arrivando per tutti. Questa è la premessa ineludibile per comprendere ciò che sta accadendo; diversamente, giriamo a vuoto. Quali prove attestano questo fondamento? Il primo indizio lo ha fornito il Presidente della Repubblica Mattarella incontrando il corpo diplomatico, quando ha ricordato che ci sono ben 56 guerre in corso nel mondo. Ci si deve chiedere se sia normale. Sebbene la storia umana sia segnata dai conflitti, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale questo è il momento storico con il maggior numero di conflitti attivi. Questo è il primo dato ineludibile: ci sono più guerre del solito. Il secondo indizio proviene dal SIPRI, una grande ONG globale che misura la tendenza al riarmo e il rischio di conflitto nucleare. Fino a qualche anno fa, il picco storico del rischio nucleare era individuato nella crisi dei missili di Cuba del 1961-62. Da 5 o 6 anni, invece, questo indice è fuori controllo. Evidentemente, la deterrenza nucleare non ha più il solo scopo di dissuadere l’avversario, ma viene valutata come un possibile vantaggio tattico sul campo. Basti pensare alle recenti parole del presidente degli Stati Uniti sulla possibilità di cancellare una civiltà in una notte, o alle reiterate minacce dell’amministrazione russa di fronte alla tenace resistenza ucraina. Oltre a ciò, osserviamo indizi chiari vicino a noi. Non era mai successo che, dopo il 24 febbraio 2022, nazioni con una solida dottrina di neutralità come Finlandia e Svezia si affrettassero a rinnegarla per bussare alla porta della NATO. Per entrarvi, la Svezia ha persino accettato l’umiliazione turca di interrompere l’appoggio ai curdi, un sostegno che per decenni era stato un pilastro della difesa dei diritti umani di quel Paese. Un altro segnale fortissimo: sei Paesi dell’Unione Europea (Finlandia, Svezia, Lituania, Estonia, Lettonia e Polonia) sono recentemente usciti dalla Convenzione di Ottawa, che vieta l’uso delle mine antiuomo. Paesi di grande civiltà democratica hanno rinunciato a questo principio perché, banalmente, hanno paura. Hanno deciso di minare i propri confini per arginare la possibile protervia di un invasore. In Danimarca, inoltre, è stata varata una legge che dal 2026 estenderà la coscrizione militare obbligatoria anche alle donne. Questo non è solo il timore verso la Russia, ma il sintomo di una instabilità sistemica in cui è sempre più difficile distinguere gli amici dai nemici. Torna in mente il paradosso di Henry Kissinger: “Essere nemici degli Stati Uniti è pericoloso, esserne alleati è letale”. Detto da me, fermo sostenitore delle relazioni transatlantiche, questo fa capire quanto incerto sia il nostro tempo.

Il Crollo degli Equilibri di Jalta

Come possiamo leggere questi eventi sfuggendo alla logica mediatica che li analizza in sequenza? Abbiamo parlato di Ucraina fino all’ottobre 2023, per poi “cambiare canale” e concentrarci solo sul conflitto israelo-palestinese. Questo approccio è fallace. Dobbiamo guardare il quadro nel suo insieme, con discernimento e desiderio di verità. Papa Francesco ha inquadrato perfettamente la situazione con due frasi. La prima, nota a tutti, parla di una “guerra mondiale a pezzi”. La seconda, ben più profonda, afferma che “non siamo più in un’epoca di cambiamenti, ma siamo in un cambiamento d’epoca”. Significa che le dinamiche consuete tra le nazioni sono state sovvertite. E questo ci porta a interrogarci su cosa sia la pace. Leggendo i libri di storia, la pace è semplicemente la fine della guerra. Esiste la pace di Vestfalia, la pace di Vienna, la pace di Parigi. E poi c’è la pace della Seconda Guerra Mondiale: Jalta. A Jalta, i vincitori si spartirono il mondo in zone d’influenza. Stati Uniti, Unione Sovietica, Gran Bretagna e una Francia ancora potenza coloniale decisero le sorti del pianeta secondo la logica del Vae victis (guai ai vinti). Dobbiamo ricordarci che milioni di persone, come i polacchi che avevano combattuto i nazisti, finirono dalla sera alla mattina sotto il tallone sovietico a causa di quella spartizione. Fu possibile perché i rapporti di forza dettavano le regole. Ma che mondo era quello di Jalta? Un mondo di 2,5 miliardi di abitanti. Noi europei eravamo 500 milioni, un quinto della popolazione globale, e detenevamo il monopolio della scienza e della tecnologia. Da lì nacque il Piano Marshall e il progetto di integrazione europea. Ma oggi? Oggi siamo 8,2 miliardi. Noi europei siamo sempre 500 milioni, ma siamo invecchiati (età media 47 anni). L’Africa ha superato il miliardo di abitanti con un’età media sotto i 18 anni, e la sola Nigeria presto avrà più abitanti dell’intera Unione Europea. È pensabile che gli equilibri di Jalta reggano ancora? E ancora: a Jalta la Cina non contava, era impantanata in una guerra civile. L’India era una “mera espressione geografica” sotto controllo britannico. Oggi, Cina e India insieme rappresentano un terzo della popolazione mondiale e sono economie poderose. L’India ha da poco superato l’economia britannica diventando la quarta economia mondiale, proprio mentre il premier del Regno Unito era Rishi Sunak, di origini indiane. Un’ironia della storia che dimostra quanto il mondo sia cambiato.

L’Europa: un condominio di anziani?

In questo scenario, noi europei dobbiamo capire chi siamo. L’Europa è fatta di paesi piccoli, e di paesi che non hanno ancora capito di essere piccoli (come Francia, Germania, Italia e Polonia). Una grande potenza oggi è definita dalla forza militare. La Russia è una grande potenza perché ha migliaia di testate nucleari e missili ipersonici, nonostante un’economia debole basata sulle materie prime e un collasso demografico (un po’ come l’Italia, che dal 2016 registra meno nati del 1917, in piena guerra mondiale). Ma potenze come l’India, giovani e orientate alla società della conoscenza, stanno già vincendo la sfida del futuro (basti pensare ai numerosi CEO di origini indiane nelle multinazionali occidentali). Il rischio dell’Europa è quello di diventare come una coppia anziana che vive all’ultimo piano di un condominio, non si fida delle banche, tiene i soldi nel materasso, mentre negli altri appartamenti vivono famiglie giovani, numerose e disoccupate. Una situazione destinata a finire male.

Difesa, Consapevolezza e Responsabilità

La domanda di sicurezza nasce dal crollo di questi vecchi equilibri. Costruire la pace richiede una visione enorme per accordarsi prima di arrivare a testare le reazioni dell’avversario. La nostra priorità assoluta deve essere la consapevolezza popolare. Vi faccio un esempio. Di recente tenevo lezioni all’Università di Vilnius, in Lituania. Uscendo, vedo gli studenti salire frettolosamente sui pullman, pensando andassero in gita. Mi hanno invitato a salire. Dopo 40 chilometri, arrivati al confine con la Russia, i ragazzi sono scesi, hanno preso delle pale e hanno iniziato a scavare trincee. Questa è la realtà dei fatti. Se andate in Lituania, i primi soldati che incontrate sono brigate corazzate tedesche lì di stanza, pagate dal governo lituano per avere protezione. Ci sono anche piloti italiani che tutti i giorni intercettano caccia russi che sforano nello spazio aereo baltico. Giovani di 23 anni che a 12.000 metri di quota e 2.000 km/h ingaggiano veri e propri “balletti” ad altissima tensione con i jet di Mosca. Se capitasse un errore umano, le conseguenze sarebbero devastanti. La consapevolezza di questo pericolo è forte nei Paesi del Nord e dell’Est Europa. Da noi, invece, è risibile. Da noi si confonde la pace con il “lasciatemi in pace”, declinando ogni responsabilità verso il bene comune. Io sono cresciuto a San Giovanni Rotondo, in un contesto di vicoli stretti in cui i problemi, dalle feste alle liti, diventano di tutti. Se c’è una faida, la comunità cerca una figura autorevole (il carabiniere, il prete, l’anziano saggio) per fare da interposizione. Questa è la funzione della politica a livello internazionale: mettersi in mezzo per perseguire un bene più grande. L’isolazionismo del “prima gli americani” o “prima gli italiani” è fallimentare. Veramente gli americani godranno di vantaggi bruciando le relazioni con il Canada o isolandosi di fronte ad attori scarsamente affidabili? L’Europa ha oggi enormi responsabilità. I rapporti tecnici di Draghi, Letta o Monti sulla competitività e sul mercato unico sono ottimi e li condivido. Ma per realizzarli serve classe dirigente. E la classe dirigente si muove solo se subisce la pressione dei corpi intermedi (i sindacati, le associazioni). I politici seguono la constituency: osano solo se si sentono appoggiati, o se hanno il fiato sul collo di un’opinione pubblica consapevole. La pace, al di là dei giochi dei “pacifisti o pacifinti”, è l’affermazione di un ideale grande: se viene meno per uno, viene meno per tutti. È il nuovo “grande gioco” per il quale dobbiamo lavorare. Vi ringrazio.

Sessione di Domande e Risposte dal Pubblico

Ivan G.: Grazie a Mario Mauro, credo ci abbia posto questioni estremamente interessanti, richiamando il protagonismo di ciascuno di noi e il ruolo dei corpi intermedi. Lasciamo spazio alle domande. Ne faccio subito una: ritieni che l’attuale e futura crisi economica, in cui magari il prezzo dell’auto esplode e le vecchie certezze svaniscono, possa aiutare l’opinione pubblica a capire che il mondo è cambiato? Possa spingere l’Europa a uscire dall’impasse per diventare una vera potenza democratica? Inoltre, rispetto al riarmo, qual è la tua opinione sul dibattito tra chi lo rifiuta a priori e chi invece ne comprende la necessità?

Paolo D. G.: Grazie dell’esposizione, sono invogliato a vedere le cose da un’altra prospettiva. Ho una constatazione: non stiamo assistendo al tramonto dell’arte della diplomazia? Lei ricordava le interlocuzioni sottotraccia durante la crisi di Cuba. Oggi la diplomazia sfocia in dichiarazioni roboanti sui social, incendiarie. Biden che definisce Putin “assassino” in TV, o Trump che regala un’intera nazione. Inoltre, una volta le guerre imperialiste si sforzavano di trovare una giustificazione ideologica (difendere la democrazia, i cittadini americani). Oggi sembra gestita con modalità “teppistiche”: ti distruggo perché sono più forte. E mi permetta una riflessione sulla metafora del piccolo paese: temo che all’imbarbarimento abbiamo contribuito tutti, ammirando la spregiudicatezza. È tornata l’immagine machiavellica del fine che giustifica i mezzi; chi è riflessivo o moderato viene scambiato per debole. Quanta responsabilità ha la civiltà occidentale nell’aver assecondato questo degrado?

Le risposte di Mario Mauro

Cerco di inquadrare le risposte dentro una nota di metodo. La teologia cattolica insegna che si può andare in Paradiso per amore di Gesù, ma anche per paura dell’Inferno. Sulla questione economica posta da Ivan: certo, le crisi aiutano la consapevolezza. Lo ha dimostrato la crisi del Covid, che ci ha fatto capire quanto le filiere e le supply chain globali fossero vulnerabili e andassero difese. Il mondo globalizzato ha esposto l’Europa, e la risposta non può essere il desiderio ingenuo di “ritornare al passato” o di essere semplicemente “lasciati in pace”. L’Ucraina, di fatto, ha cambiato la guerra. Oggigiorno vediamo impiegati sciami di droni, strutture robotizzate e armamenti guidati dall’intelligenza artificiale, capaci di saturare i fronti senza un intervento umano diretto in prima linea. Di fronte a questo scenario tecnologico spaventoso, il problema della difesa continentale europea è lampante. Chi coordina le infrastrutture? L’Europa ha bisogno di decisioni immediate e di una strategia di riarmo che non sia solo la conta dei proiettili, ma la costruzione di una logistica e di strumenti capaci di fungere da vero deterrente. Per quanto riguarda la diplomazia, rispondo a Paolo: il problema non è solo l’uso della propaganda, ma l’assenza di veri interlocutori. Non ci sono più i grandi statisti che facevano la “diplomazia vera”, quella discreta e nascosta capace di tessere fili. Oggi, la politica ridotta ai sondaggi e alle dichiarazioni su Twitter o in televisione finisce per bruciare decenni di relazioni storiche e di alleanze consolidate pur di guadagnare un decimale di consenso. Questo rivela un enorme problema di leadership. Viviamo l’assenza di un vero ordine mondiale post-Jalta, e proprio per questo l’Europa non può più permettersi di essere solo una somma di nazioni, ma deve diventare un vero attore politico unito e strategico, altrimenti verrà schiacciata nel “nuovo grande gioco” globale.